Rock of Ages – Ashes for the Monarch Review (Italian)

Tanti anni fa, precisamente nel 2001, venne pubblicato il primo album dei Glacier dal titolo Monument che ricordo ancora per la cover. Si trattava dell’ennesima band neo prog inglese, incanalata nel filone di IQ, Marillion, Abel Ganz; un disco tutto sommato piacevole e poco più. Da allora più niente, li ho persi di vista e confesso di essermeli totalmente dimenticati.

Con mia grande sorpresa e dopo un lasso di tempo enorme, sono tornati alla ribalta con Ashes For The Monarch, un buon lavoro che riprende le tematiche sonore proposte all’esordio, sviluppandole ulteriormente ed aggiungendo delle pennellate alla Gilmour per quanto riguarda il suono della chitarra.Segnalazione questa completamente dedicata ai patiti del genere, non sono previste infatti tracce innovative o sonorità tremendamente attuali; solo del sano e vecchio progressive, curato ed ingentilito da gusto ed un certo garbo (mi si passi l’espressione) nel suonare. D’altro canto, chi invece ama o preferisce comunque essere coccolato da un sound conosciuto e rassicurante, troverà qui un approdo felice, sicuro.

La band è un sestetto ed è composta da : John Youdale (chitarra el, ac, 12c.), le due voci di Dave Birdsall e Mike Winship, Bob Mulvey al basso, Graeme Ash (batteria) e Dave Kidson (tastiere). A loro si aggiungono in alcune tracce la violinista Gemma Elysee e la voce “fuori campo” del narratore Dale Harbron.

Sette brani, una suite importante, alcune brevi citazioni più o meno dichiarate (Genesis, E.L.P., Yes), cinquantacinque minuti di prog anni ’80 assolutamente d.o.c. per un disco che devo dire mi ha in parte sorpreso; logico dopo tanto tempo ripartire da dove il discorso si era lasciato ma il rischio di suonare…”vecchio” è dietro l’angolo. Non suonano certo “nuovi” i Glacier ma, evidentemente, con talento e mestiere sono riusciti a riproporsi ancora in modo onesto (a patto, ripeto, di non cercare qui qualcosa di sconvolgente).

Apre Whichone, vero ponte col passato (brano di chiusura di Monument era Whichone-outro) tra un gran lavoro di bass pedals e fughe in avanti dell’elettrica, andamento catchy.

Hell and High Water catapulta direttamente nell’alveo musicale di pertinenza e questo si rivela come uno dei migliori passaggi. Molto mosso il primo segmento, un break della chitarra vicino al sentire “rotheryano” (e non sarà l’unico), buone parti vocali tra i due singers.

A seguire Projections divisa in tre parti. Un avvio soft e melodico, poi una sezione centrale strumentale molto eterea, sospesa ed infine una conclusiva che ritrova il tema dell’abbrivio.

Garden Of Evil, alterna interessanti parti vocali a tappeti di tastiere. Sin qui piacevole ma niente di trascendentale,

Con Lightwing le cose cambiano, il tasso emozionale comincia ad aumentare; un acquerello acustico, strumentale, breve ma di rara intensità che rimanda ad alcuni passaggi di Steve Hackett, funge da apripista per One Man Alone , una suite di 23 minuti suddivisa in 11 piccoli frammenti che è il nucleo centrale dell’album.

Dimensione spesso (e a torto) abusata, la suite trova in questa occasione un fulgido esempio di come sia possibile misurarsi con gusto e talento su di una distanza così impegnativa. Non poche le citazioni (da “Barkus” sino a “We Don’t Need Any ‘ELP and YES, It’s A Barkus Mad Mutation”) ma sempre effettuate con personalità, senso della misura ed una scelta dei suoni interessante. Un avvio brillante dal punto di vista ritmico, profondi intarsi delle tastiere, inserti sognanti e liquidi della chitarra, paesaggi sonori destinati a mutare frequentemente. One Man Alone non annoia e non vive pause ed anzi, trova una sorta di apoteosi nella fase centrale e conclusiva dove la chitarra di John Youdale (supportata dal violino) diviene a dir poco evocativa.

Il congedo è affidato a The Isle Of Glass (Outro) da dove tra un arpeggio di chitarra da brividi e possenti tastiere, accompagnati da una ritmica a dir poco solenne, potrebbe cominciare un altra avventura; auspico non tra altri 14 anni.

L’ultima mezz’ora è davvero pregnante, infarcita di tutto quello che ci si può e deve aspettare in casi come questo. Il comeback dei Glacier è senz’altro positivo, non mirabolante intendiamoci ma lascia intendere che la band potrebbe riprendere il proprio cammino. Magari attualizzando maggiormente d’ora in poi la proposta.

Review by Max from Rock Of Ages

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